Il presidente americano è arrivato a Roma
Bush lascerà al suo successore un’alleanza solida con l’Europa
Il viaggio d’addio di George W. Bush in Europa ha scatenato i ruggiti dei grandi esperti di politica internazionale. Sul quotidiano inglese Guardian, Timothy Garton Ash riassume l’opinione generale scrivendo che “buona parte degli attriti con l’Europa, dopo l’11 settembre, hanno a che fare con Bush stesso: il suo unilateralismo, la sua ossessione per l’Iraq, il suo stile da cowboy, la sua incompetenza”. di Matthew Kaminski

Pubblichiamo l’articolo di Matthew Kaminski, direttore delle pagine degli editoriali del Wall Street Journal Europe, intitolato “Bush e l’Europa”, uscito martedì 10 giugno sul Wall Street Journal.
Parigi. Il viaggio d’addio di George W. Bush in Europa ha scatenato i ruggiti dei grandi esperti di politica internazionale. Sul quotidiano inglese Guardian, Timothy Garton Ash riassume l’opinione generale scrivendo che “buona parte degli attriti con l’Europa, dopo l’11 settembre, hanno a che fare con Bush stesso: il suo unilateralismo, la sua ossessione per l’Iraq, il suo stile da cowboy, la sua incompetenza”. E’ dai tempi di Ronald Reagan che l’America aveva un presidente così poco “europeo”. A questo si aggiunge il luogo comune delle amicizie perse e delle alleanze disonorate durante l’èra Bush. Ecco allora una verità scomoda: questo presidente americano lascerà al suo successore un’alleanza con l’Europa più solida e sana che in qualsiasi altro momento dopo la fine della Guerra fredda. Governi filoamericani sono al potere a Parigi, per la prima volta dal 1945, così come in tutte le altre più importanti capitali europee (Londra, Berlino, Varsavia, Roma), tranne Madrid. Sulla Russia e sulla Cina, sul terrorismo, sugli stati canaglia e la proliferazione delle armi di distruzione di massa, l’Europa e l’America condividono la stessa diagnosi strategica, anche se hanno alcune divergenze sulla cura. Una Nato rafforzata è alla guida di missioni in Afghanistan e nei Balcani.
La migliorata situazione in Iraq e la decisione dell’Amministrazione Bush di non intervenire in Iran hanno spento due possibili focolai di attrito. In ogni caso, gli ultimi anni hanno visto un riavvicinamento fra Europa e America che ha smentito tutte le preoccupate previsioni di un “divorzio” – o peggio – fra i due alleati. “Le relazioni transatlantiche sono al momento piuttosto buone”, ha dichiarato un autorevole consigliere di politica estera dell’Unione europea, che desidera restare anonimo. “Migliori che mai”, aggiunge un suo collega, Alar Olljum. Gli europei di solito ne attribuiscono la causa a un mutamento del comportamento americano. Si distingue tra due fasi: “Bush uno” e “Bush due”. La prima è caratterizzata dall’unilateralismo e dall’invasione dell’Iraq, la seconda da una diplomazia più aperta e moderata. Condoleezza Rice ha lanciato l’offensiva diplomatica con un discorso pronunciato a Parigi all’inizio del 2005, nel quale invocava un nuovo inizio. L’Europa e l’America, dichiarò, devono cogliere insieme “un’opportunità storica per creare un equilibrio di potere globale che promuova la libertà”. Al Pentagono, Robert Gates ha preso il posto del detestato Donald Rumsfeld. Ma la politica di Bush sulla Nato, il medio oriente e altre importanti questioni non è cambiata dalla prima alla seconda fase. E’ cambiata quella dell’Europa.
Parigi. Il viaggio d’addio di George W. Bush in Europa ha scatenato i ruggiti dei grandi esperti di politica internazionale. Sul quotidiano inglese Guardian, Timothy Garton Ash riassume l’opinione generale scrivendo che “buona parte degli attriti con l’Europa, dopo l’11 settembre, hanno a che fare con Bush stesso: il suo unilateralismo, la sua ossessione per l’Iraq, il suo stile da cowboy, la sua incompetenza”. E’ dai tempi di Ronald Reagan che l’America aveva un presidente così poco “europeo”. A questo si aggiunge il luogo comune delle amicizie perse e delle alleanze disonorate durante l’èra Bush. Ecco allora una verità scomoda: questo presidente americano lascerà al suo successore un’alleanza con l’Europa più solida e sana che in qualsiasi altro momento dopo la fine della Guerra fredda. Governi filoamericani sono al potere a Parigi, per la prima volta dal 1945, così come in tutte le altre più importanti capitali europee (Londra, Berlino, Varsavia, Roma), tranne Madrid. Sulla Russia e sulla Cina, sul terrorismo, sugli stati canaglia e la proliferazione delle armi di distruzione di massa, l’Europa e l’America condividono la stessa diagnosi strategica, anche se hanno alcune divergenze sulla cura. Una Nato rafforzata è alla guida di missioni in Afghanistan e nei Balcani.
La migliorata situazione in Iraq e la decisione dell’Amministrazione Bush di non intervenire in Iran hanno spento due possibili focolai di attrito. In ogni caso, gli ultimi anni hanno visto un riavvicinamento fra Europa e America che ha smentito tutte le preoccupate previsioni di un “divorzio” – o peggio – fra i due alleati. “Le relazioni transatlantiche sono al momento piuttosto buone”, ha dichiarato un autorevole consigliere di politica estera dell’Unione europea, che desidera restare anonimo. “Migliori che mai”, aggiunge un suo collega, Alar Olljum. Gli europei di solito ne attribuiscono la causa a un mutamento del comportamento americano. Si distingue tra due fasi: “Bush uno” e “Bush due”. La prima è caratterizzata dall’unilateralismo e dall’invasione dell’Iraq, la seconda da una diplomazia più aperta e moderata. Condoleezza Rice ha lanciato l’offensiva diplomatica con un discorso pronunciato a Parigi all’inizio del 2005, nel quale invocava un nuovo inizio. L’Europa e l’America, dichiarò, devono cogliere insieme “un’opportunità storica per creare un equilibrio di potere globale che promuova la libertà”. Al Pentagono, Robert Gates ha preso il posto del detestato Donald Rumsfeld. Ma la politica di Bush sulla Nato, il medio oriente e altre importanti questioni non è cambiata dalla prima alla seconda fase. E’ cambiata quella dell’Europa.
C’è stato, per prima cosa, uno spostamento politico. L’antiamericanismo, per quanto rimanga un potente fenomeno culturale e sociale, si è dimostrato perdente sul piano elettorale. I suoi principali sostenitori europei, Gherard Schröder in Germania e Jacques Chirac in Francia, sono stati sostituiti da politici filoamericani come Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Merkel è non soltanto la prima donna cancelliere ma anche il primo leader tedesco proveniente dall’ex est comunista: i suoi principi morali si sono formati sull’esperienza diretta del totalitarismo sovietico. Sarkozy è il primo leader francese nato dopo la liberazione di Parigi, con genitori di origine ebraica e ungherese. Sulle sue spalle non pesa alcuna eredità gollista di diffidenza nei confronti della potenza americana o di vergogna e risentimento per l’occupazione della Francia e la sua successiva liberazione da parte degli alleati. Nel suo primo anno di governo, Sarkozy si è impegnato per il rinvigorimento della Nato e per stretti legami con l’America, tutto in nome di un rafforzamento dell’Europa e della Francia. Il prossimo anno, progetta di riportare la Francia nel ramo militare della Nato quarant’anni dopo che Charles de Gaulle decise di uscirne. La spinta positiva che Sarkozy ha dato alle relazioni transatlantiche contrasta con gli sforzi messi in atto da Chirac per tenere a bada gli Stati Uniti. Bush, come Bill Clinton prima di lui, è stato un tenace sostenitore della Nato. Washington ha così abbandonato lo scetticismo sulla difesa comune e la politica estera europea e ha appoggiato gli sforzi per convincere i paesi dell’Ue a dare maggior peso alla propria forza militare. Gli Stati Uniti hanno scoperto di avere assoluto bisogno di aiuto nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq.
Infine, gli europei si sono fatti più realisti. Ironicamente, è stata proprio la nascita di un “mondo multipolare” – il grande sogno gollista – a rendere le élite del Vecchio continente più consapevoli della propria debolezza e a riportarle verso l’America. Con l’affermazione di nuove potenze, l’Europa avrebbe dovuto promuovere la propria versione del multilateralismo. Ma due di queste nuove potenze, la Russia e la Cina, sono regimi autoritari niente affatto attratti dall’utopico modello europeo di una “pace permanente”. La terza, l’India, non mostra interesse per un’alleanza con un’Europa caratterizzata da un basso tasso di natalità e di crescita. L’Europa non riesce a trovare un proprio posto nel mondo. Tranne che come partner della più importante democrazia dell’occidente, gli Stati Uniti. Improvvisamente sono scomparse tutte le sbandierate preoccupazioni europee su una “iperpotenza” senza freni. Al loro posto si cantano ora inni in onore dei valori democratici condivisi, della lunga storia comune e della partnership commerciale più proficua al mondo.
Il prossimo anno Barack Obama o John McCain potranno costruire su queste fondamenta. Chiunque diventerà presidente si ritroverà i problemi irrisolti del programma nucleare iraniano, di uno stato vacillante in Afghanistan e di una Russia aggressiva. Il prossimo presidente cercherà l’aiuto dell’Europa. Vedremo presto se esiste uno iato tra la retorica europea e la sua volontà politica. La Germania aumenterà l’appoggio alla missione afghana e si dimostrerà pronta ad affrontare la Russia sull’allargamento a est della Nato? L’Ue deciderà di assumere un atteggiamento più deciso con l’Iran (ammesso che l’America scelga di fare lo stesso)? Fino a che punto la Francia si opporrà alle pressioni americane per accettare la Turchia come parte dell’occidente? Che cosa succederà se al Qaida colpirà ancora? La risposta a queste domande influenzerà l’alleanza transatlantica. Se torneranno gli attriti, la colpa non potrà essere data tanto facilmente all’America, come avvenuto con Bush. L’Europa potrebbe addirittura sentira la mancanza del suo comodo orco texano.
© Wall Street Journal
per gentile concessione di MF
(traduzione di Aldo Piccato)
Il prossimo anno Barack Obama o John McCain potranno costruire su queste fondamenta. Chiunque diventerà presidente si ritroverà i problemi irrisolti del programma nucleare iraniano, di uno stato vacillante in Afghanistan e di una Russia aggressiva. Il prossimo presidente cercherà l’aiuto dell’Europa. Vedremo presto se esiste uno iato tra la retorica europea e la sua volontà politica. La Germania aumenterà l’appoggio alla missione afghana e si dimostrerà pronta ad affrontare la Russia sull’allargamento a est della Nato? L’Ue deciderà di assumere un atteggiamento più deciso con l’Iran (ammesso che l’America scelga di fare lo stesso)? Fino a che punto la Francia si opporrà alle pressioni americane per accettare la Turchia come parte dell’occidente? Che cosa succederà se al Qaida colpirà ancora? La risposta a queste domande influenzerà l’alleanza transatlantica. Se torneranno gli attriti, la colpa non potrà essere data tanto facilmente all’America, come avvenuto con Bush. L’Europa potrebbe addirittura sentira la mancanza del suo comodo orco texano.
© Wall Street Journal
per gentile concessione di MF
(traduzione di Aldo Piccato)